Quattro design “fantascientifici” che sono diventati realtà

Quattro design “fantascientifici” che sono diventati realtà

Siamo stati tutti affascinanti dalle immaginifiche invenzioni di scrittori, disegnatori e scenografi di fantascienza. Il nostro immaginario è pieno di queste immagini, dalla città futuristica in Metropolis di Fritz Lang (1927) a quella sospesa tra le nuvole de Il ritorno dello Jedi (1983), dalla Batmobile all’hotel orbitante di 2001: Odissea nello Spazio (1969).
Diamo anche per scontato che si tratti di, seppur geniali, gesti di fantasia. Eppure vi sono oggetti reali, persino prodotti in serie, che nulla hanno da invidiare in termini di immaginazione visionaria a quelli della fantascienza ed altri che a quell’immaginario si sono ispirati. Presentiamo qui quattro casi in cui prodotti assolutamente reali paiono essere usciti dalla penna di un autore di fantascienza; per suggerire che la realtà, a volte, supera davvero la fantasia.

Cray-2 (1985)
Immaginatevi un computer conformato come un grosso cilindro alto un metro e venti e dal peso di oltre due tonnellate. Ora immaginate che questa macchina se ne stia perennemente immersa in un contenitore trasparente pieno di un liquido fluorescente, tipo i cervelli che pulsano minacciosi nel laboratorio dello scienziato pazzo in un film di serie B; converrete che anche un autore di fantascienza avrebbe difficoltà a immaginarsi una cosa tanto assurda.
Eppure, quell’oggetto non solo esiste davvero ma è stato pure il computer più potente della sua epoca; si tratta del Cray-2.
Presentato nel 1985, il Cray-2 fu il secondo supercomputer prodotto da Cray Research ed aveva l’ambizione di essere il mainframe più potente mai costruito. La sua forma cilindrica, costituita da 14 “colonne” disposte lungo un arco di 300 gradi, era pensata per ridurre al massimo la distanza delle schede elettroniche densamente impacchettate che lo costituivano e la lunghezza dei relativi collegamenti. Il liquido era in realtà un fluido elettricamente isolante prodotto dalla 3M, il Fluorinert, che aveva lo scopo di dissipare l’enorme calore prodotto dai circuiti della supermacchina; le celebri “bollicine” che risalivano ipnoticamente nel liquido di raffreddamento valsero al computer l’ironico soprannome di “Bubbles”.
L’aspetto ultramondano della macchina veniva ulteriormente rinforzato dalla luminescenza indotta nel liquido dalla luce prodotta dalle elettroniche che si diffondeva al suo interno, rendendolo vagamente fluorescente.
Per dare un’idea della sua complessità, il Cray-2 consumava 195 kW di energia (all’incirca come 1000 personal computer di oggi) e costava l’equivalente di 40 milioni di dollari. Il prezzo elevato e le doti in ambito militare fecero sì che i 27 esemplari prodotti fossero venduti quasi esclusivamente a istituzioni governative e grandi aziende americane. Il tempo dei mainframe prodotti in piccola serie era però ormai segnato, anche se pochi allora lo sapevano, e la geniale e folle Cray Research finì in bancarotta dieci anni dopo l’introduzione del Cray-2, nel 1995. Però, anche le compagnie tecnologiche possono rinascere dalle proprie ceneri e oggi Cray costruisce ancora i suoi supercomputer visionari, sebbene come sussidiaria di Hewlett Packard.

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Cray-2 supercomputer 1985

Il supercomputer Cray-2; foto Cray Inc. (in alto) e Heinz Nixdorf MuseumsForum / Jan Braun

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Il Cray-2 nel Langley Research Center della NASA; foto NASA.

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Dopo aver assorbito il calore prodotto dai circuiti elettronici, il fluido a base di fluorocarburi  passava attraverso una unità di reffreddamento detta “la cascata”. Foto Cray Inc.

Northrop YB-49 “Ala Volante” (1947)
Se avete visto il film del 1953 La guerra dei Mondi, avrete notato che tra i “personaggi” del film c’è anche un futuribile aereo, chiamato Ala Volante, con cui il Presidente degli Stati Uniti cerca di sterminare gli invasori marziani vaporizzandoli con una bomba atomica (per inciso, il tentativo fallisce miseramente). Essendo un film di fantascienza, si può supporre che un aereo tanto improbabile sia un’invenzione di tecno-fantasia.
Invece l’aereo era vero e volava pure, era il Northrop YB-49, fratello a reazione del precedente YB-35, ed era effettivamente soprannominato “Ala Volante”. L’idea di realizzare un aereo tuttala (ovvero senza impennaggi di coda) era in reatà venuta ai tedeschi già negli anni Trenta del Novecento, ma fu Jack Northrop a svilupparla estensivamente dopo la guerra. Lo scopo era duplice, da un lato la forma dava all’aereo notevoli prestazioni aerodinamiche, dall’altra lo rendeva quasi invisibile ai radar del “nemico”. All’epoca, il Northrop YB-49 si dimostrò però un velivolo poco stabile e facile allo stallo e la forma a tuttala venne abbandonata per decenni, fino a quando è stata riscoperta negli anni Ottanta e riproposta nel celebre Northrop-Grumman B-2.

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Il Northrop YB-49 “Ala Volante”; foto © U.S. Air Force 

OSI Silver Fox “Bisiluro” (1967)
Da bambino possedevo un modellino di una macchina che sembrava uscita dalla matita di un disegnatore di fumetti piuttosto fuori di testa. Girandola sottosopra si poteva leggerne il nome stampato a rilievo sul fondo di plastica nera: OSI BISILURO; un capolavoro di per sè. Per un ragazzino di dieci anni, suonava meglio di un verso di Ungaretti.
Costruita dalla OSI di Torino nel 1967, la Bisiluro (il vero nome era “Silver Fox”, ma il soprannome era molto più popolare) non era una concept car come la Ferrari Modulo o l’Alfa Romeo Carabo, ma una macchina reale perfettamente funzionante.
Era stata infatti progettata dall’ingegner Sergio Sartorelli per i record di velocità e per partecipare alla 24 Ore di Le Mans. La forma curiosa (ogni “siluro” conteneva un sedile, uno per il pilota e uno per il passeggero) era pensata per ospitare nella sezione centrale un motore Alpine da 1000 cc e una serie di superfici aereodinamiche regolabili che aumentavano la deportanza della vettura ad alta velocità.
Purtroppo la macchina non partecipò mai alle competizioni; nel 1968, la morte improvvisa del suo contitolare, Luigi Segre, portò alla fine prematura della OSI. Ancora oggi, però, la Silver Fox desta stupore e incredulità nel pubblico dei molti raduni di auto d’epoca in cui viene esposta.

OSI Silver Fox Bisiluro race car 1967

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Immagini storiche della OSI Silver Fox Bisiluro.

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La Bisiluro in esposizione all’edizione 2013 del Goodwood Revival Car Show; foto Georg Sander.

Il telefono del capitano Kirk (1964)
“Facci risalire, Scotty”. Negli anni Sessanta, quando il capitano Kirk o il dottor Spock si trovavano nei guai su qualche pianeta ostile, gli bastava estrarre una sorta di telefono per farsi teletrasportare al sicuro a bordo dell’Enterprise.
Il piccolo telefono (in realtà era chiamato “communicator”) aveva un curioso design a forma di conchiglia bivalve che faceva molto “ventitreesimo secolo” (il periodo in cui la serie originale di Star Trek era ambientata).
Per quanto possa sembrare strano, nessuno aveva fino allora pensato che questo tipo di design potesse essere utile. Da allora le cose sono cambiate. Già nel 1965, Marco Zanuso e Richard Sapper disegnano il telefono Siemens Grillo che propone, presumibilmente in modo del tutto indipendente, lo stesso concetto formale, anche se in un telefono fisso.
Ma è nel 1996 che il telefono portatile del capitano spaziale diventa un prodotto vero e proprio, con la presentazione del Motorola StarTAC che, bisogna ammetterlo, al communicator di Kirk assomiglia davvero parecchio.
Ovviamente il telefono di Star Trek non era un dispositivo realmente funzionante ma solo un oggetto di scena creato dal geniale scenografo della serie, il designer sino-americano Wah Ming Chang.
E’ però notevole come un design pensato esclusivamente per scopi estetico-televisivi abbia poi rivelato tali, insospettabili, doti pratiche da essere riprodotto in milioni di esemplari esemplari da aziende di tutto il mondo.

Star Trek Captain Kirk flip phone communicator

Il capitano James T. Kirk con il suo communicator nella serie originale di Star Trek; immagine CBS Studios Inc.

Siemens Grillo Zanuso Sapper

Il telefono Siemens Grillo (1965) disegnato da Marco Zanuso e Richard Sapper; foto: The Museum of Modern Art, New York

Motorola StarTAC

Il telefono portatile Motorola StarTAC (1996); foto: Museum of Applied Arts & Sciences, Sydney



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