Biennale di Architettura di Venezia 2018 | Padiglione della Germania

Luogo: Venezia, Nazione:Italy
Commissario: Ministero Federale degli Interni, dell'Edilizia e della Comunità, Germania

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018

“Unbuilding Walls”, Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018, vista dell’allestimento; foto © Inexhibit

Unbuilding Walls – Il Padiglione Tedesco alla Biennale di Architettura di Venezia 2018

Unbuilding Walls (Smantellare i Muri) è il titolo della mostra ospitata nel Padiglione Tedesco alla Biennale di Architettura di Venezia 2018. Curata dallo studio GRAFT (guidato da Lars Krückeberg, Wolfram Putz e Thomas Willemeint) e da Marianne Birthler, la mostra affronta i temi della divisione e dell’integrazione culturale.

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018

“Unbuilding Walls”, Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018, vista della mostra; foto © Inexhibit


Tema
In dettaglio, Unbuilding Walls presenta quattro progetti di altrettanti luoghi situati su quella che un tempo era la fascia di confine che separava Germania Est e Germania Ovest. Nonostante siano passati 28 anni dalla riunificazione tedesca, molti dei siti all’interno o nei pressi di quel confine interno sono ancora dei vuoti, spazi inutilizzati o sotto-utilizzati in cerca di una nuova identità storica, sociale e architettonica. Al contempo queste lacune nel cuore dell’Europa simbolizzano oggi divisioni culturali, barriere, recinzioni e muri che trascendono la situazione particolare della Germania.

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I curatori del Padiglione Tedesco per la Biennale di Architettura di Venezia 2018, da sinistra a destra: Lars Krückeberg, Thomas Willemeit, Marianne Birthler e Wolfram Putz; foto di Pablo Castagnola.


I progetti in mostra

Campus Axel-Springer Campus, Berlino – Progetto: OMA / Rem Koolhaas

Quella che un tempo era la “striscia della morte” tra Kreuzburg e Mitte è il luogo dove sorgerà i nuovo campus di Axel-Springer disegnato da OMA. Il progetto di Rem Koolhaas riprende il tracciato del Muro sotto forma di un vuoto che attraversa diagonalmente l’edificio, creando un grande atrio che rimanda simbolicamente non solo alla divisione ma anche alla ritrovata unità di Berlino.
Il nuovo media campus amplia quella che un tempo era la sede centrale della casa editrice Axel Springer, realizzata tra il 1959 e il 1965 in prossimità del confine come una sorta di affermazione politica e simbolica rivolta verso Berlino Est. Benché molti giornali avessero spostato le proprie sedi fuori dal quartiere dopo la costruzione del Muro, la Springer Verlag fu infatti il solo gruppo editoriale a trasferire il proprio quartier generale da Amburgo a Berlino. Quando l’allora sindaco Willy Brandt pose la prima pietra nel 1959, nessuno però sapeva che l’edificio, alto 78 metri, sarebbe sorto tanto vicino al muro e alla cosiddetta “striscia della morte”. Per tutta la durata della Guerra Fredda, grandi manifesti pubblicitari vennero collocati nella parte più alta della torre in modo che fossero visibili da entrambi i lati del Muro.

Il complesso di torri sulla Leipziger Straße, progettato da Joachim Näther e Werner Straßenmeier, e realizzato nei pressi della torre della Springer ma sul lato orientale del Muro, è stato spesso visto come una reazione diretta all’imponenza che aveva il quartier generale del gruppo editoriale visto da Berlino Est. Nonostante Joachim Näther lo abbia negato per tutta la vita, le torri residenziali di Leipziger Straße smorzavano il predominio visivo dell’edificio Springer e occultavano parzialmente le insegne luminose che erano state collocate sul lato est del suo tetto.

L’asse principale dell’atrio del nuovo edificio è orientato in direzione del vecchio quartier generale. Una serie di terrazze interne si affacciano su questo spazio comune che, a sua volta, si apre verso l’ambito urbano attraverso spazi espositivi e ristoranti. In quello che un tempo era un vuoto all’interno della striscia della morte, si trova una grande mediateca pubblica dedicata all’informazione digitale. La forma a blocco dell’edificio riprende quella tipica del piano regolatore del quartiere di Friedrichstadt in cui si trova, ma raddoppia l’altezza, riflettendo l’attuale tendenza all’incremento abitativo del centro di Berlino.

OMA-Rem-Koolhaas-Axel-Springer-Campus-Berlino Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018

Modello in scala del Campus Axel-Springer Campus a Berlino progettato da Rem Koolhaas / OMA; foto © Inexhibit

Axel-Springer Campus Berlin OMA German Pavilion 2018 Venice Biennale Architecture 2

Axel-Springer Campus, Berlino, immagine fornita da OMA

Axel-Springer Campus Berlin German Pavilion 2018 Venice Biennale Architecture 3

Torre Axel-Springer, foto: Axel Springer SE


Checkpoint Charlie, Berlino

Situato all’intersezione tra la Zimmerstraße e l’asse nord-sud della Friedrichstraße, Checkpoint Charlie era il terzo punto di attraversamento tra il settore americano e quello russo, dopo Checkpoint Alpha e Checkpoint Bravo. Era utilizzato principalmente da diplomatici e gente comune per passare da Berlino Ovest a Berlino Est. Dopo la costruzione del Muro è diventato, insieme alla Porta di Brandeburgo, il simbolo stesso della Guerra Fredda.

Sul lato Est, la demolizione di grandi strutture di confine, torri di sorveglianza e in questo caso di tre linee parallele di muro iniziò nel 1990. Ne risultò un vuoto urbano che si estendeva su ben cinque isolati. Un piano di recupero per la  Zimmerstraße, l’area della vecchia striscia di confine e la parte di Checkpoint Charlie situata a Berlino Est venne subito proposto. In seguito ad una serie di concorsi di progettazione, tre dei cinque isolati vennero riqualificati sulla base di progetti sviluppati da Philip Johnson, Josef Paul Kleihues e Lauber Wöhr Architects.

I due isolati immediatamente adiacenti il punto di controllo non vennero edificati e sono vuoti ancora oggi, sorta di memento della Guerra Fredda e delle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. Una piccola baracca sorgeva in origine al centro della Friedrichstraße nella zona americana; venne smantellata nel 1989 e in seguito sostituita da un nuovo edificio diventato in breve tempo un’attrazione turistica dopo che figuranti in uniforme americana e russa iniziarono a utilizzarlo per farsi fotografare in posa assieme ai turisti.
Da allora, si sono aggiunte varie altre strutture tra cui un’installazione realizzata dalla Città di Berlino per documentare la storia della Guerra Fredda, un panorama circolare di Yadegar Asisi che rappresenta la zona di Checkpoint Charlie al tempo del Muro, un museo privato, varie insegne e pannelli didattici che raccontano la storia del luogo, ristoranti ambulanti e negozi di souvenir, in un insieme eterogeneo di frammenti del passato, interpretazioni storiciste e intrattenimento che alcuni trovano verace e altri soltanto confusionario.

In un modo o nell’altro, Checkpoint Charlie è ancora oggi uno dei siti più visitati di Berlino e la prova tangibile del forte desiderio di visitare luoghi storici ‘dal vero’. Un concorso è stato organizzato dal nuovo proprietario del sito insieme al Parlamento allo scopo di individuare una nuova strategia di sviluppo per Checkpoint Charlie. E’ anche prevista la realizzazione di  Museo della Guerra Fredda gestito dalla Città di Berlino.

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Checkpoint Charlie, Berlino; foto: Friedhelm Denkeler


Ciclabile della Cortina di Ferro / Cintura Verde, Europa

Il tracciato di quello che un tempo era il confine occidentale del Patto di Varsavia è oggi il percorso della strada ciclabile della Cortina di Ferro. Estesa dal Mare di Barents sul confine Russo-Norvegese sino al Mar Nero su quello Bulgaro-Turco, la pista corre per 10.000 chilometri attraversando venti nazioni, quindici delle quali sono membri dell’Unione Europea. Questo ci ricorda decenni di divisioni nel continente ma anche le rivoluzioni prevalentemente pacifiche nell’Europa centrale e orientale che hanno portato al loro superamento.

Memoria visibile degli eventi storici che sottende, la “Ciclabile del Muro di Berlino” è oggi un percorso che chiunque può fare con la sua bicicletta. Subito dopo la caduta del Muro, l’Associazione dei Ciclisti Tedeschi (ADFC) e il Partito dei Verdi di Berlino hanno chiesto che una pista ciclabile fosse realizzata lungo quello che era stato il confine tra le due Germanie.
La loro proposta cadde nel vuoto, l’impostazione dei media e di gran parte della politica era “Il Muro deve sparire!”. Ma le pressioni dell’opinione pubblica e del Governo di Berlino fecero sì che si decidesse di proteggere quel che rimaneva del Muro e del percorso ciclabile che lo costeggiava. Quando il politico berlinese Michael Cramer, strenuo fautore del progetto, venne eletto al Parlamento Europeo, si fece strada l’idea di trasformare l’intero confine europeo della ex Cortina di Ferro in un percorso ciclabile.

La ciclabile attraversa vari parchi nazionali, caratterizzati da un’eccezionale diversità di flora e fauna, che un tempo si trovavano all’interno di zone precluse alla popolazione e che si sono sviluppate per decenni in modo selvatico e indisturbato. Lungo il percorso si incontrano anche memoriali, monumenti, musei e quello che rimane della torri di osservazione di confine a testimoniare le divisioni dell’Europa e la loro scomparsa avvenuta per mezzo di una rivoluzione pacifica. Lungo la strada, la Cintura Verde Europea forma un corridoio che connette parchi nazionali, aree naturalistiche e riserve della biosfera. Questa striscia lunga 12.500 chilometri è una delle più estese biosfere del mondo, un rifugio per un incredibile quantità di tipi di piante e di specie animali. Qui, le cicatrici geopolitiche si fondono emblematicamente in un insieme che unisce la cultura della memoria con la conservazione della natura
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Vacha bike trail German Pavilion 2018 Venice Biennale Architecture

La “Brücke der Einheit” a Vacha, Foto: Jürgen Ritter (da: Deutsch-Deutscher Radweg, Michael Cramer)

Vacha German Pavilion 2018 Venice Biennale Architecture

Vacha, 1986, Foto: Jürgen Ritter (da: Deutsch-Deutscher Radweg, Michael Cramer)

Percorso ciclabile Cortina di Ferro Europa

Lungo ben 10.000 chilometri, il percorso ciclabile della Cortina di Ferro corre dal Mar Nero sino al Circolo Polare Artico; immagine: Iron Curtain Trail http://www.ironcurtaintrail.eu/


Villaggi esiliati: Jahrsau (Sassonia-Anhalt) e Lankow (Mecleburgo- Pomeriania Anteriore)

Nel 1953 e nel 1961, con il nome in codice “Ungeziefer” (Operazione Parassita) e “Kornblume” (Operazione Fiordaliso) Il Partito Socialista della DDR trasferì forzatamente oltre 11.000 abitanti da villaggi di confine, di solito da un giorno all’altro e senza alcun preavviso o base legale.
Chi veniva trasferito era bollato come “irrispettoso delle linee guida del Partito” o “politicamente inaffidabile”. Spesso per essere espulsi bastava essere stati denunciati da un vicino, far parte di una comunità religiosa, o essere contadini che non erano stati in grado di rispettare le quote di produzione obbligatoria di latte o cereali. Villaggi di poche dozzine di residenti rimasero quasi completamente spopolati, in certi casi vi restò solo una famiglia. Due esempi di quello che accadde allora sono Jahrsau e Lankow.

Jahrsau, nello stato della Sassonia-Anhalt, era un villaggio circondato da un anello di fattorie che esistevano sin da Medioevo. Dopo che anche l’ultima famiglia residente venne allontanata con la forza nel 1961, il paese venne completamente demolito. La natura ha da quel momento ripreso il suo spazio. Nel 2003, una striscia di terreno adiacente alla recinzione di confine e il sito del villaggio scomparso sono stati dichiarati monumento protetto, una mossa inusuale dato che non vi è più alcuna struttura fisica al suo interno. Le uniche testimonianza di quella terribile violazione dei diritti umani sono un piccolo cippo commemorativo, un pannello informativo e un’insegna che riporta il nome di un villaggio che non esiste più.

Lankov, nello stato del Meclenburgo – Pomerania Anteriore, subì un destino simile. Molte famiglie furono forzatamente spostate in altre parti della Germania Est nel 1952 e nel 1961, e alla fine i 28 abitanti rimanenti accettarono di essere trasferiti nel 1973. Nel 1976, il villaggio ormai deserto fu completamente demolito. Tutto quello che ne rimane oggi sono alcune fondamenta e un cartello puramente simbolico col nome del paese.

Da allora, non tutti gli abitanti sono riusciti a ritornare ai loro villaggi di origine dato che molte delle proprietà di un tempo sono oggi parte della riserva naturale della Fascia Verde. Per questo non è stato possibile per il Governo Federale revocare tutte le ingiuste confische di un tempo.
Oltre cinquanta paesi oggi deserti restano come prova di una mancanza di volontà della società nel ripristinare diritti negati e nel ricostruire ciò che è stato distrutto.
In più, altri fattori, come l’attuale calo demografico nelle aree rurali della Sassonia-Anhalt e del Mecleburgo – Pomeriania Anteriore, contribuiscono a far si che villaggi che sono esistiti per secoli siano oggi scomparsi.


Il Padiglione della Germania alla 16a Biennale di Architettura di Venezia – altre immagini

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018 allestimento

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018 allestimento

Padiglione della Germania, 16a Biennale di Architettura di Venezia, 2018 allestimento

GRAFT, Unbuilding Walls”, mostra della Germania alla Biennale di Architettura di Venezia 2018, viste dell’allestimento; foto © Inexhibit


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Biennale di Architettura di Venezia 2018 | FREESPACE: tema, mostre ed eventi

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