Il Padiglione Tedesco a Barcellona di Mies van der Rohe

Av. Francesc Ferrer i Guàrdia, 7, Barcelona
Catalunya, Spain
Email: pavellomies@miesbcn.com
Phone: +34 93 215 10 11
Website: https://miesbcn.com/
closed on: aperto tutti i giorni
Museum Type: Architettura

Il Padiglione Tedesco, anche noto come Padiglione di Barcellona è un piccolo edificio situato ai piedi della collina di Monjuic, progettato da Ludwig Mies van der Rohe per l’esposizione di Barcellona del 1929.

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Il Padiglione Tedesco a Barcellona di Mies van der Rohe; foto © Pepo Segura

Storia e architettura
Il progetto del padiglione fu commissionato a Ludwig Mies van der Rohe e Lilly Reich dal governo tedesco come contributo alla Esposizione Universale che si tenne a Barcellona nel 1929.
Il padiglione non era inteso come uno spazio espositivo ma come luogo di rappresentanza e, in un certo senso, come oggetto in esposizione esso stesso. Il fine era quello di mostrare al mondo le possibilità delle nuova architettura, della democrazia e della vocazione alla pace che la Germania era stata capace di esprimere dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e che, solo tre anni più tardi, saranno travolte dall’avvento di Hitler al potere.

L’edificio concepito da Mies si compone di un volume principale a pianta rettangolare, basata su un modulo quadrato da 1,09 metri, all’interno della quale gli spazi fluiscono uno nell’altro senza suddivisioni rigide in quello che, di fatto, è un unico ambiente. Questo corpo principale è collegato da un passaggio esterno, sottolineato dalla presenza di una lunga panca in pietra, a un piccolo edificio di servizio a pianta quadrata realizzato in mattoni intonacati, che contiene due uffici e i bagni.

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Foto Wojtek Gurak

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Padiglione Tedesco a Barcellona, pianta; immagine per gentile concessione di Fundació Mies van der Rohe.

Tutto il complesso è impostato su un podio alto 1 metro e trenta centimetri, rivestito in travertino romano, che lo solleva rispetto al suolo e forma una terrazza sopraelevata, un elemento che si ritrova anche in altri progetti dell’architetto tedesco, come la Neue Nationalgalerie a Berlino.
I due edifici sono coperti da tetti piani formati da lastre molto sottili; quello del padiglione principale è realizzato con una struttura incrociata di travi a doppia T in acciaio supportata da otto pilastri cruciformi in acciaio cromato e da una serie di pilastrini scatolari occultati nelle pareti. Questa soluzione, unita al colore bianco con cui è dipinto l’intradosso del piano di copertura, fa sì che quest’ultima sembri “galleggiare” come fosse priva di supporti.

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Dettaglio di uno di pilastri cruciformi; foto © Federica Lusiardi / Inexhibit

All’interno del padiglione principale un grande setto rivestito in onice rosso-dorato è posto longitudinalmente allo spazio. Alla apparente semplicità della geometria dell’edificio Mies contrappone materiali di pregio per dare valenza espressiva alle superfici, seguendo in questo la lezione di Adolf Loos. Oltre all’onice, cavato nelle Montagne dell’Atlante, e al travertino laziale, l’architetto sceglie di usare anche due tipi di marmo verde, uno proveniente dalle Alpi della Val d’Aosta e uno proveniente dalle cave di Tros, in Grecia. Anche le vetrate hanno colori diversi, dal trasparente neutro, al fumé, al verde bottiglia, sino al vetro nero specchiante che riveste il fondo della piscina interna.

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L’interno del padiglione principale; foto Gëzim Radoniqi

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Tre dei materiali utilizzati nell’edificio, dall’alto in basso: onice dorato, travertino e marmo verde.

Mies intendeva il padiglione come uno spazio fluido e continuo, essenzialmente privo di una distinzione rigida tra interno ed esterno; per questo aveva inizialmente previsto che non vi fossero barriere a segnare tale separazione. Le porte, realizzate in metallo e vetro, vennero poi installate per ragioni pratiche e di sicurezza, ma Mies volle che l’edificio fosse fotografato prima di questa aggiunta, che non condivideva.

Un’altra componente essenziale del progetto è l’acqua. Mies include nel padiglione due specchi d’acqua. Uno, più grande, si trova nei pressi dell’ingresso e ha la funzione di riflettere il padiglione e di conferirgli ulteriore leggerezza visiva; il secondo, più nascosto e privato, si trova all’estremità est dell’edificio e ospita “La ballerina” scultura in bronzo di Georg Kolbe.

Oltre all’edificio, Mies van der Rohe e Lilly Reich disegnarono per il padiglione anche tutti gli arredi, in particolare una poltrona in acciaio lucido e pelle trapuntata color avorio, poi divenuta una vera icona del design del 900, la celebre Sedia Barcellona, ancora oggi prodotta da Knoll.

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La piscina “interna” con la scultura “La ballerina” di Georg Kolbe; foto Maciek Lulko

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In questa immagine del padiglione si notano due sedie e tre sgabelli della serie Barcellona; foto Kent Wang

Demolizione e ricostruzione
Pensato sin dagli inizi come padiglione temporaneo, l’edificio venne demolito alla fine dell’esposizione, nel gennaio 1930, e i materiali con cui era costruito furono venduti per recuperare parte dei costi di costruzione.

Oltre mezzo secolo dopo, nel 1983, Oriol Bohigas, che all’epoca guidava il Dipartimento di Urbanistica della Città di Barcellona, prese la decisione di ricostruire il padiglione sulla base dei disegni originali e delle foto storiche. Il progetto di ricostruzione filologica venne affidato agli architetti Ignasi de Solà-Morales, Cristian Cirici e Fernando Ramos.
Del padiglione di Mies furono anche ritrovate le tracce della fondazione in calcestruzzo, che permisero tra l’altro di identificare le dimensioni reali dell’edificio. Il team di progettisti riuscì anche a procurarsi quasi tutti i materiali lapidei nelle stesse cave da cui provenivano quelli originari.

Terminato nel 1986, il padiglione è oggi aperto al pubblico e viene anche utilizzato come spazio per performance, eventi speciali e installazioni site specific di artisti e architetti contemporanei tra cui, negli ultimi anni, SANAA, Enric Miralles, Ai Weiwei, Xavier Veilhan e Andrés Jaque.
E’ anche sede della premiazione del prestigioso premio biennale di architettura EU Mies Award.

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Nel 2017, l’installazione site-specific “Mies missing materiality” di Anna & Eugeni Bach ha trasformato temporaneamente il padiglione in un edificio total-white, con l’intento di “smaterializzarlo”; foto Anna Mas / Fundació Mies van der Rohe Barcellona.


Immagini

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Foto Maciek Lulko

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Foto © Federica Lusiardi / Inexhibit

In copertina: un’immagine di Pepo Segura, per gentile concessione di Fundació Mies van der Rohe Barcellona.

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