Due o tre cose sulla Biennale d’Arte 2026

Luogo: Venezia, Italia
la Biennale di Venezia
A proposito della Biennale d'Arte 2026
Foto: vedi crediti in didascalia

Due o tre cose sulla Biennale d’ Arte 2026

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La 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia dal titolo “In Minor Keys”-, che aprirà il prossimo 9 maggio e sarà visitabile fino al 22 novembre 2026 – si preannuncia per molte ragioni come un’edizione inconsueta. Ovviamente sono del tutto particolari e drammatiche le premesse: la curatrice Koyo Kouoh è infatti scomparsa improvvisamente a maggio 2025, ad un anno dall’apertura della mostra.
A quella data Kouoh aveva già scelto sia il tema che gli artisti che avrebbero fatto parte della mostra del curatore. Erano anche già stati definiti le linee guida principali dell’allestimento e i suoi progettisti, ovvero lo studio sudafricano Wolff Architects.
È però difficile, se non impossibile, dire quali ulteriori sviluppi e idee si siano perse con la scomparsa della curatrice; di sicuro una conseguenza diretta c’è già stata, dato che quest’anno il Leone d’Oro alla Carriera non sarà assegnato poiché la curatrice non ha lasciato indicazioni in merito. Ma ci sono altri elementi che rendono l’attesa della Biennale 2026 interessante e per certi versi potenzialmente controversa.

In copertina il banner con l’immagine ufficiale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Courtesy of la Biennale di Venezia.

Russia, sì o no?
Ha infiammato la polemica l’annuncio del presidente della Biennale di Venezia, Pierangelo Buttafuoco, di riammettere la Russia alla manifestazione dopo quattro anni di assenza forzata in seguito all’invasione dell’Ucraina. La scelta è stata apertamente criticata da vari paesi europei e dallo stesso Governo Italiano che ha cercato di dissuadere dalla decisione il Presidente, nominato proprio dal governo attuale, nel 2023.
Allo stesso tempo c’è chi ha promesso di organizzare “contro-mostre” di arte dissidente rispetto all’attuale regime russo, ricordando in questo la celebre edizione della Biennale d’Arte del 1977, passata alla storia come la “Biennale del Dissenso”, apertamente critica verso l’arte di regime dell’URSS e dei paesi del blocco comunista. Ad oggi non è ancora chiaro se la Russia ci sarà o meno e chi sarà ospitato nel padiglione ufficiale dei Giardini.

E Israele?
Anche la partecipazione di Israele alla Biennale Arte 2026 ha sollevato polemiche e prese di posizione. Dopo che a gennaio si era diffusa la notizia della riapertura del padiglione israeliano
(era rimasto chiuso durante la scorsa Biennale d’Arte), si sono susseguite molte dichiarazioni e infine, a metà marzo, è stata pubblicata da Anga – Art Not Genocide Alliance una lettera aperta indirizzata al presidente della Biennale.  Firmata da 187 fra artisti, curatori e operatori del mondo dell’arte, la lettera contesta duramente la presenza di Israele alla manifestazione veneziana e ribadisce il sostegno ai “nostri colleghi artisti e operatori culturali in Palestina, in segno di solidarietà con la Palestina”. La lettera è firmata, tra molti altri, anche da una parte degli artisti invitati a esporre nella mostra della curatrice di questa edizione. Sembra certo comunque che quest’anno Israele non esporrà nel padiglione ufficiale dei Giardini ma all’Arsenale.

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Vista del padiglione americano allestito per la Biennale Arte del 2022. Foto © Inexhibit,2022.

Il padiglione degli Stati Uniti
Le circostanze con cui il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avocato a se’ le scelte sull’esposizione nel proprio padiglione solitamente gestito da un’organizzazione indipendente – la NEA (National Endowment for the Arts) – la rinuncia del curatore John Ravenal e dell’artista invitato Robert Lazzarini, e la loro sostituzione con Alma Allen e con Jeffrey Usli come curatore, hanno aggiunto ulteriori elementi di discussione a una situazione che alcuni pensano influenzata dal ‘particolare’ rapporto del presidente Trump con le arti.
Il progetto di Lazzarini ruotava intorno a una serie di sculture riproducenti bandiere, un cannone della Guerra Civile, una statua di George Washington, una grande aquila: vari simboli dell’identità americana deformati a rappresentare tutte le contraddizioni dell’America di oggi; indubbiamente una visione che potrebbe non aver convinto l’attuale amministrazione americana costantemente alla ricerca di conferme della propria centralità nel mondo. Anche dando per buone le affermazioni secondo le quali la ragione dell’abbandono di curatore e artista sono attribuibili alla carenza di fondi, va detto che sicuramente le sculture biomorfe di Allen risultano essere molto meno problematiche.

“In Minor Keys” il progetto di Koyo Kouoh
Com’era auspicabile, la Biennale ha deciso che la mostra sarà guidata dal progetto che Koyo Kouoh ha immaginato, e sul quale ha intensamente lavorato con il team curatoriale che ha poi portato a compimento il lavoro.
Nella presentazione della curatrice, il senso della mostra è espresso ricorrendo a due concetti principali. Il primo è mutuato dalla musica ed evoca le tonalità minori: Kouoh si riferisce alla necessità di mettersi in ascolto delle frequenze delle tonalità minori come metafora di pratiche artistiche, sociali, educative e poetiche lontane dall’assordante cacofonia che ci circonda.
Ha scritto Kouoh:” ..le tonalità minori rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato, e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia (…) Le tonalità minori richiedono un ascolto che interpelli le emozioni e che, a sua volta, le sostenga”. La seconda immagine che la curatrice ci propone è quella delle isole minori, viste come oasi di diversità, di ricchezza culturale e di vivacità della vita sociale. In questa riflessione si inserisce anche la denuncia del potere e della cultura mainstream, che per troppo tempo ha ignorato e messo in un angolo i saperi locali e ha considerato le pratiche artigianali come destinate a soddisfare mere esigenze decorative o devozionali. Scrive a questo proposito la curatrice:“‘La missione civilizzatrice’ appiattisce tutto con un disprezzo condiscendente, e nell’epoca contemporanea intere società ed ecologie sono trattate come danni collaterali nella corsa ostinata alla crescita, sorretta da spietatezza e avidità.”

La realizzazione della Mostra è stata possibile grazie al lavoro del team curatoriale selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief) e Rory Tsapayi (assistente alla ricerca)
Il lavoro a distanza che si è svolto con riunioni online, unito a seminari in presenza svoltisi a Venezia a maggio e ottobre 2025, e a Dakar a giugno 2025, ha permesso al team di curatori di operare insieme alla Biennale pur essendo distribuito su più continenti, dando vita a un processo intenso e condiviso in cui ogni contributo ha arricchito la costruzione collettiva della Mostra.

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Ritratto di Koyo Kouoh. Foto © Mirjam Kluka, courtesy of la Biennale di Venezia.

Il progetto di allestimento
L’allestimento della Mostra della curatrice, nel padiglione centrale dei Giardini e all’Arsenale, è stato affidato da Koyo Kouoh allo studio Wolff Architects di Cape Town. Il progetto ha tradotto il concept della curatrice in un linguaggio che ruota intorno al concetto di soglie: “… drappi tessili color indaco scendono dalle travi fino a sfiorare il pavimento, segnando sottili transizioni tra le atmosfere. Queste soglie verticali segnalano cambiamenti di ritmo – chiudendo un movimento spaziale e aprendone un altro – invitando i visitatori a rallentare e ad entrare in universi artistici distinti ma interconnessi” (Wolff Architects)

Le partecipazioni alla mostra della curatrice
Sono 111 i partecipanti a questa biennale – tra artisti, artiste, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. Osservando realtà attive in diverse parti del mondo, la Curatrice ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno possa incontrarsi con quelle di altri artisti e movimenti anche senza relazioni dirette. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare la geografia relazionale intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro.
Esaminando le provenienze dei partecipanti si scoprono alcune cose forse interessanti, o forse solo curiose: il continente più rappresentato è l’Africa, con 28 presenze, segue il Nord America, quasi totalmente per la presenza di artisti statunitensi (a parte due canadesi) e, curiosamente, nessun messicano. Venti sono gli artisti asiatici, in gran parte però provenienti dal Medio Oriente, sono infatti pochi gli artisti dell’Asia orientale, tra cui nessun cinese. Discreta la presenza di artisti dell’America centro-meridionale, in tutto 17. Infine sono presenti 20 artisti nati in Europa, ma tra loro non c’è, ad esempio, nessuno spagnolo, nessun scandinavo né artisti provenienti dall’Europa orientale. Infine, nella mostra del curatore non è presente alcun artista nato in Italia, cosa che non è passata inosservata e che ha inevitabilmente dato luogo a dubbi sulla salute del sistema dell’arte contemporanea nel paese che, da 131 anni, ospita la Biennale di Venezia.

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Vista aerea dell’Arsenale di Venezia. Foto © Andrea Avezzù, courtesy of la Biennale di Venezia.

 


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