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Le ‘tonalità minori’ di Koyo Kouoh alla Biennale Arte 2026

  • Khaled Sabsabi, Venice Art Biennale 2026, Inexhibit 1

    Le ‘tonalità minori’ di Koyo Kouoh alla Biennale Arte 2026

    Questo articolo è dedicato alla mostra della curatrice della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia dal titolo “In Minor Keys”. Come sempre (tranne che per la Biennale di Architettura 2025, quando il padiglione centrale dei Giardini di Castello era chiuso per lavori) l’esposizione principale è divisa in due parti, una ospitata nel Padiglione Centrale dei Giardini di Castello, l’altra allestita alle Corderie dell’Arsenale. A proposito del tema generale della 61ª Biennale d’arte, abbiamo parlato in questo articolo pubblicato da Inexhibit qualche settimana fa.

    Abbiamo deciso di pubblicare le immagini delle due sedi in un unico post perché si tratta di un unico progetto declinato attraverso il lavoro degli artisti che la curatrice Koyo Kouoh – scomparsa a maggio dello scorso anno – e il suo gruppo di lavoro hanno selezionato.

    La mostra è ben articolata e ricca di voci differenti, ma mentre lo spazio delle Corderie dell’arsenale determina un percorso definito, ai giardini non c’è un unico percorso da seguire, piuttosto c’è l’invito a costruire il proprio itinerario guidati da suggestioni che fanno riferimento alla natura, ai legami familiari, al fare attraverso tecniche artigianali lontane e alla memoria.

    I 111 partecipanti  – fra artisti e artiste, collettivi e organizzazioni – provengono da molte regioni del mondo, ma i curatori hanno sottolineato l’attenzione di Koyo per le risonanze e le affinità, e hanno richiamato la sua capacità di rintracciare convergenze tra artisti e fra le loro pratiche sperimentali. L’intento della mostra è di restituire ai visitatori la geografia relazionale immaginata da Koyo, fatta di incontri coltivati nel corso di una vita.


    GIARDINI

    Otobong Nkanga – Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust, 2026
    Nella sua installazione site-specific, Otobong Nkanga ha rivestito di mattoni le quattro grandi colonne d’ingresso del Padiglione Centrale dei Giardini, fissando poi alle stesse dei vasi in ceramica che ospitano piante rampicanti. Queste, crescendo durante lo svolgimento della Biennale, finiranno per avvolgere completamente le colonne stesse.

    Otobong Nkanga – Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust; foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Seyni Awa Camara – opere varie, 2015–2025
    Le statue di terracotta dell’artista senegalese Seyni Awa Camara, recentemente scomparsa, rappresentano misteriose creature antropomorfe che abitano lo spazio intermedio tra magia e oggettività, tra sogno e realtà fisic

    Vista dell’installazione di Seyni Awa Camara; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Celia Vásquez Yui – The Council of the Mother Spirits of the Animals, 2020–2023
    Alla Biennale 2026, l’artista e attivista peruviana Celia Vásquez Yui presenta un’opera in cui una serie di creature zoomorfe in ceramica si radunano in cerchio intorno a un serpente, come se si ritrovassero in un’assemblea. Le creature ci guardano come noi guardiamo loro, in uno scambio sciamanico volto al ripristino della salute collettiva e ambientale.

    Celia Vásquez Yui – The Council of the Mother Spirits of the Animals; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    María Magdalena Campos-Pons with Kamaal Malak – Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026
    Nella sua installazione, sviluppata insieme al musicista Kamaal Malak, l’artista di origine cubana Campos-Pons affianca otto grandi pannelli, che combinano immagini floreali con i ritratti della scrittrice premio Nobel Toni Morrison e di Koyo Kouoh, a sette sculture di grandi fiori di magnolia in resina e vetro.

    María Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Leonilda González – Novias Revolucionarias, 1968
    Con la serie di eccezionali xilografie Novias Revolucionarias, Celia Vásquez Yui (1923-2017) mette alla berlina con ironia e sarcasmo le convenzioni e i conformismi dell’Uruguay del tempo, guardando in particolare alla condizione femminile ma anche, in senso lato, alla situazione socio-politica del suo paese.

    Leonilda González, una xilografia della serie Novias Revolucionarias; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Hala Schoukair – senza titolo
    L’artista libanese Hala Schoukair attinge alla passione per la natura e i boschi che coltiva fin dall’infanzia per creare i suoi grandi dipinti in cui forme organiche si ripetono e si sovrappongono a creare immagini profonde e misteriose.

    Hala Schoukair – senza titolo; foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Alice Maher – The Sibyls, 2025
    In The Sibyls, l’irlandese Alice Maher associa quattro grandi gocce di metallo ad altrettanti disegni che presentano figure femminili, ispirate alle sibille della mitologia, da cui originano enormi masse di capelli, capelli da cui esse appaiono talora imprigionate e talora nell’atto di liberarsi, in una relazione dinamica e carica di tensione.

    Alice Maher, The Sybils (dettaglio); foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026


    ARSENALE

    Khaled Sabsabi – Khalil, 2026
    Lo spazio circolare di Khalil, parola araba che significa amico intimo, è allestito nella sala d’ingresso delle corderie. I principi alla base dell’opera sono radicati nell’idea di comunanza umana e sociale che attinge alla dimensione mistica dell’Islam, interessata al rapporto tra il sé interiore, il sé esteriore e il divino. L’installazione è realizzata con una proiezione video, pittura acrilica su tela e fragranza di oud nero (una resina aromatica).

    Khaled Sabsabi, Khalil, fotos © Federica Lusiardi e © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Theo Eshetu – Garden of the Broken Hearted, 2026
    L’ulivo posto su una base girevole è simbolo di sradicamento e resilienza; fa riferimento all’alienazione dal suo luogo di origine e dalla sua funzione, ma si aggrappa alla vita e resiste anche all’assenza di luce naturale e al bisogno di acqua. Sull’albero sono proiettate immagini antecedenti al suo trasferimento a Venezia.

    Theo Eshetu – Garden of the Broken Hearted, foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Guadalupe Maravilla – ICE Age Disease Thrower #2, #3, #4, 2025
    Le opere di Guadalupe Maravilla sono intimamente connesse con le sue vicende biografiche – il viaggio compiuto da bambino da El Salvador agli Stati Uniti e con la malattia – oltre che con l’attivismo dell’artista. Le “Disease throwers” esposte alla biennale di quest’anno sono concepite sia come santuari che come strumenti musicali, e sono costruite con oggetti fatti a mano e cose trovate. Nell’attuale clima politico, di fronte al morbo della xenofobia, le sculture sono offerte al pubblico come strumenti di guarigione che favoriscono l’introspezione e il senso della collettività.

    Guadalupe Maravilla, ICE Age Disease Thrower; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Carrie Schneider – First Living Woman, 2026
    L’opera è costituita da un’enorme bobina di carta cromogenica industriale lunga un chilometro sulla quale l’artista ha trasferito alcuni fotogrammi di film con protagoniste donne. Con “First living woman”, e attraverso il cinema, C. S. restituisce centralità e peso alla materia e alla storia in generale, in contrapposizione al senso di perdita generato dallo scrolling distratto sui cellulari.

    Carrie Schneider, First Living Woman; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Alfredo Jaar – The End of the World (2023, 2024)
    In uno spazio illuminato da una luce rossa, un piccolo cubo di 4 cm di lato posato in una teca è formato da strati di  cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino: minerali cruciali per lo sviluppo delle tecnologie sia in ambito civile che militare. Ognuno degli strati metallici di cui è formato il cubo è il simbolo delle azioni rapaci delle potenze mondiali interessate ad impadronirsi dei luoghi nei quali questi minerali vengono estratti, delle tensioni geopolitiche e delle nefaste ricadute ambientali e sociali che ne conseguono. *

    Alfredo Jaar, The End of the World, foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Kader Attia – Whisper of Traces, 2026 
    Whisper of traces prende spunto dalle parole di uno sciamano secondo il quale i virus informatici sarebbero spiriti che tentano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale. Attraverso un paesaggio ibrido e magico fatto di elementi naturali, sculture rituali, arte moderna e corde ricoperte di specchi, l’artista si interroga se sia la tecnologia a dar forma allo spazio o se invece siano gli spiriti a controllare la tecnologia. *

    Kader Attia – Whisper of Traces; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Senzeni Marasela – opere varie, 2025
    La grande opera tessile sospesa alle capriate delle corderie è formata da drappi di lana rossa cuciti a mano su tjali, coperte cerimoniali. I punti tracciano le mappe dei pendii delle miniere che sono crollate e i titoli fanno riferimento agli incidenti minerari avvenuti in Sudafrica, dei quali sono indicati la località, la data e il bilancio delle vittime. L’autrice, nata nei pressi di una miniera d’oro abbandonata vicino a Johannesburg, affronta l’impatto emotivo e politico dell’attività estrattiva sulla vita delle donne africane, nonché i danni irreparabili che la migrazione forzata e i sistemi di lavoro dell’apartheid hanno provocato.

    Senzeni Marasela – vista dell’installazione; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Ayrson Heráclito – Juntòs, 2025
    Juntòs è il titolo dell’installazione formata da disegni e sculture in acciaio inox. L’opera fa riferimento ai simboli degli Orixás, che nel Candomblé – religione nata dalla convergenza delle conoscenze spirituali di diversi popoli africani portati con la forza in Brasile – sono il pantheon delle divinità. Nel Candomblé ogni persona è guidata da almeno due Orixás, quello primario è la madre o il padre, mentre la divinità secondaria offre sostegno emotivo e favorisce la saggezza.
    I 222 disegni corrispondono alle possibili combinazioni di juntós, formati da Orixás primari e secondari.

    Ayrson Heráclito – Juntòs; foto © Federica Lusiardi, Inexhibit 2026

    Nick Cave – Amalgam (Origin), 2024
    Alla Biennale di Venezia 2026, l’artista americano Nick Cave presenta varie opere. Tra esse spicca Amalgam (Origin). Parte della serie Amalgam, si tratta di una monumentale scultura in bronzo che si affaccia sul bacino dell’Arsenale e presenta una grande figura umana in piedi che viene ibridata, si direbbe colonizzata, dalla natura, in forma di elementi vegetali e di animali. Nel messaggio di Cave, spesso legato alla politica e in particolare ai diritti negati alle persone di colore negli Stati Uniti, le statue della serie Amalgam simboleggiano la forza della resistenza contro le oppressioni, ma anche crescita interiore e consapevolezza.

    Nick Cave, Amalgam (Origin); foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

    Carsten Höller – Giant Triple Mushroom, 2025
    Tarsten Höller, agronomo di formazione, è da sempre affascinato dai funghi, dalle loro forme, dal loro essere creature di difficile definizione e dal loro ruolo tradizionale nella cultura magica indoeuropea. Alla Biennale 2026, Höller installa all’interno del Giardino delle Vergini un’enorme scultura che ibrida vari funghi con l’Amanita muscaria, il fungo magico per eccellenza.

    Carsten Höller, Giant Triple Mushrooms; foto © Riccardo Bianchini, Inexhibit 2026

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