Memoriale della Shoah di Milano

Piazza Edmond J. Safra n. 1, Milano
Lombardia, Italy
Email: prenotazioni@memorialeshoah.it
Phone: +39 022820975
Website: http://www.memorialeshoah.it/
closed on: venerdì e sabato
Museum Type: Storia

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L’interno del Memoriale della Shoah di Milano visto dall’ingresso; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

Il Memoriale della Shoah di Milano è un luogo della memoria dedicato alle persone, in grande maggioranza ebrei, che, dalla città lombarda, furono deportate nei campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dal 1943 al 1945 furono migliaia i prigionieri che dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano furono caricati su convogli formati da carri bestiame e trasportati al campo di Auschwitz-Birkenau e ad altri campi di concentramento e di sterminio.
Di quelli che vennero mandati ad Auschwitz nel dicembre 1943 e nel gennaio 1944 conosciamo 774 nomi; di loro, solo 27 sopravvissero.

Per compiere le operazioni di deportazione con raggelante efficienza, le autorità di occupazione naziste e il governo collaborazionista fascista realizzarono una vera e propria ‘macchina della deportazione’ nelle viscere della Stazione Centrale. Qui, in un’area nascosta destinata al carico dei treni postali, le persone venivano stipate a decine in angusti vagoni di legno.
Attraverso un montacarichi, i vagoni venivano poi sollevati fino al piano dei binari dove i convogli venivano assemblati e avviati verso i campi.

Progettato dallo studio Morpurgo de Curtis e aperto nel 2013, il Memoriale della Shoah di Milano è il risultato del progetto di riconversione e di allestimento di quello spazio di oltre 7000 metri quadrati situato al piano terra della Stazione Centrale. Ad oggi, il progetto allestitivo è stato completato, mentre la biblioteca, lo spazio incontri, le sale di studio e l’auditorium sono in realizzazione.

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La facciata del memoriale su Piazza Edmond J. Safra; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

La visita
La visita al memoriale si apre, ancor prima di arrivare alla biglietteria, con un lungo setto in calcestruzzo su cui è incisa a caratteri cubitali la scritta “INDIFFERENZA”. Il senso di questa installazione è spiegato dalla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione dal binario 21, in uno dei contributi video presenti nel Memoriale.
Segre racconta, con straziante lucidità come, durante il tragitto sui camion che portava lei e gli altri deportati dal carcere di San Vittore alla Stazione Centrale, i suoi occhi di bambina non scorsero segni di vicinanza da parte dei cittadini milanesi, che parevano ignorare i disperati che vedevano passare sotto le loro finestre. Gli unici gesti di solidarietà – una mela, una parola di conforto – vennero piuttosto dagli stessi detenuti del carcere, testimoni della loro partenza. Fu proprio questa indifferenza che rese possibile, o quantomeno contribuì a rendere possibile, l’Olocausto.

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Il setto in calcestruzzo con la scritta “INDIFFERENZA” collocato all’ingresso del memoriale; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

Quella di Liliana Segre è una delle tante testimonianze che formano l’area centrale del Memoriale; qui, i grandi ritratti fotografici in bianco e nero dei sopravvissuti e le loro biografie sono associati a contributi video proiettati a ciclo continuo in piccole “stanze” delimitate da pareti in acciaio nero. Una serie di pannelli a parete racconta poi la storia del luogo, e le vicende della deportazione di ebrei, “popoli inferiori” e prigionieri politici dall’Italia ai campi nazisti d’oltralpe. Camminando attraverso il memoriale, lo spiazzamento e l’inquietudine sono amplificati da un rumore sordo che mette in vibrazione pavimento e pareti. Non si tratta di un contributo audio multimediale ma dello scuotimento delle strutture prodotto dai treni che partono sopra le nostre teste, e che ci rammentano che siamo, oggi come negli anni Quaranta, nelle viscere di una delle principali stazioni ferroviarie d’Europa.

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La galleria di ritratti e le “Stanze delle testimonianze” dove vengono proiettate le video interviste ad alcuni dei sopravvissuti, foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

Nella parte più interna dell’esposizione si trovano due dei ventiquattro binari un tempo presenti, che formano anche la testimonianza più diretta degli eventi che si svolsero in questo luogo.
Il primo binario accoglie la ricostruzione di uno dei convogli usati per la deportazione; il convoglio è formato dai vagoni merci originali usati per i prigionieri e sta, muto, ad ammonirci che dimenticare non è possibile.
Ad un capo del binario, Morpurgo de Curtis hanno inserito un “luogo di riflessione”, una struttura circolare a cui si accede attraverso una rampa in discesa, il cui interno in penombra è semplicemente allestito con una panca curva e un oculo nel soffitto da cui si proietta una luce.

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La ricostruzione con vagoni originali di uno dei “treni della morte”; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

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Esterno e interno del “Luogo di Riflessione”; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

Il secondo binario è nudo. Una grande proiezione a parete, potente nella sua essenzialità, rimanda i nomi dei 774 ebrei deportati al campo di Auschwitz-Birkenau, da cui emergono ciclicamente quelli dei ventisette sopravvissuti che dai campi di sterminio sono riusciti a tornare. Una serie di lapidi a pavimento riporta le date e le destinazioni dei venti convogli partiti dal binario 21.
Al termine del binario rimane il vuoto del vano montacarichi, attraverso cui i vagoni postali venivano issati sino al piano di manovra, dove spicca con tragica crudezza un vecchio cartello con la scritta “Vietato Trasporto Persone”.

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L’ultimo binario del memoriale con il “Muro dei Nomi” che riporta i nomi di 774 ebrei deportati al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau tra il dicembre del 1943  e gennaio 1944, e il vano montavagoni con il cartello “Vietato Trasporto Persone”; foto Riccardo Bianchini / Inexhibit

L’allestimento del memoriale milanese non ha la pretesa di raccontare esaustivamente la Shoah da un punto di vista storico ma è pensato piuttosto per testimoniare le vicende che qui e qui vicino si svolsero, insieme alle storie di quelli che da questo luogo furono forzati a passare durante gli anni della persecuzione nazifascista, senza però rinunciare a proiettarne le valenze e le implicazioni sul tempo presente.

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