Perché il Metaverse potrebbe fare di Zuckerberg l’uomo più potente al mondo

Paper doll cut out clothes Metaverse

Due “bambole virtuali” ritagliabili in carta, complete di vestiti e accessori intercambiabili; c. 1917.

Ecco perché il Metaverse potrebbe fare di Zuckerberg l’uomo più potente al mondo

Una delle cose più strane dei nostri tempi è come in buona parte della popolazione occidentale convivano due comportamenti opposti: da un lato l’abitante medio del mondo ricco – sia esso Americano, Europeo o Giapponese – sta spostando sempre più la propria vita dal contesto materiale a quello digitale, mentre dall’altro si riempie la casa di oggetti fisici come mai è avvenuto prima di ora.

Qui proveremo a capire meglio questi due fenomeni che potrebbero tra loro in apparente contraddizione per poi analizzare la possibilitàò che Mark Zuckerberg, con il suo Metaverse annunciato da a ottobre 2021, voglia superare proprio tale contraddizione.

Tra immateriale e materiale
La dematerializzazione del nostro spazio privato e sociale – che si sviluppa progressivamente insieme all’avvento, in sequenza, dei personal computer negli anni Ottanta, di internet e del commercio online negli anni Novanta, e dei social media e degli smartphone negli anni Duemila – si sostanzia in un crescente travaso all’interno del web e del mondo digitale di tempo, precedentemente utilizzato dalle persone per relazionarsi col proprio intorno materiale e sociale.
Le news online al posto dell’edicola, i pacchi di Amazon invece del negozio sotto casa, la videocall al posto delle due chiacchiere al caffé o della riunione in ufficio; nel mondo ricco “occidentale” siamo tutti un po’ hikikomori, oggi, magari senza rendercene troppo conto.
Questa sostituzione dello spazio sociale fisico con lo spazio digitale si esprime anche attraverso una sostanziale dematerializzazione di molte delle cose che utilizziamo quotidianamente, dai giornali ai giochi, dalle fotografie al denaro. Talora ce ne lamentiamo, in particolare rispetto alla “inconsistenza” delle relazioni interpersonali che avvengono per via telematica invece che “di persona”, i vantaggi sono però tali che ben difficilmente oggi potremmo ricominciare a fare la coda in banca o a fare mezz’ora di automobile per andare a ritirare una ricetta medica.

Metaverse Zuckerberg 1

Il video di anteprima del Metaverse ci lascia il dubbio se gli oggetti personali che vediamo sulla libreria alle spalle di Mark Zuckerberg siano reali o digitali. Forse però non è poi così importante.

D’altro canto, come detto, mai come oggi il mondo occidentale sembra aver bisogno di cose fisiche e tangibili. Tanto per dire, nel 2000 le merci trasportate nel mondo assommavano a 6 miliardi di tonnellate, nel 2019 erano cresciute a 11 miliardi. (dati United Nations Conference on Trade and Development), quasi il doppio in meno di vent’anni. E’ come se l’essere umano avesse bisogno di rassicurarsi, di compensare la dematerializzazione e virtualizzazione di una parte della propria vita procurandosi un flusso ininterrotto di oggetti. Soprattutto di oggetti di breve vita – cibo, abbigliamento e gadget elettronici – di dimensioni contenute, perché facili da spedire, e dai prezzi relativamente modesti.
L’unione dei due fenomeni – la virtualizzazione dello spazio sociale e la richiesta di grandi quantità di merci a basso costo – ha fatto la fortuna di Amazon e dell’industria manifatturiera cinese.

Potrebbe essere però che si tratti di due facce della stessa medaglia. Ovvero che le persone reagiscano alla riduzione di fisicità nella loro esperienza sociale quotidiana aumentando la quantità fisica di oggetti che entrano nel loro spazio privato. Allora i molti vestiti made in China acquistati online, il TV sessanta pollici e l’ennesimo smartphone che accarezza voluttuosamente appena estratto dalla scatola in cartone riciclato surrogherebbero inconsciamente la perdita di fisicità delle relazioni sociali, e forse pure quella nella percezione di se’. Oggetti fisici per alleviare l’assenza di relazioni fisiche?

Oltretutto, la pandemia ha mostrato chiaramente quanto l’apparente concretezza dello spazio sociale fisico possa diventare effimera e irraggiungibile e come, comunque, le persone trovino rapidamente un’alternativa, un adattamento pur di avere l’illusione di non dover modificare la propria quotidianità. Non posso più andare in pizzeria con gli amici (attività che credevo eminentemente sociale, di cui la pizza era solo un accessorio) dunque mi faccio portare la pizza a casa mia e poi condivido l’esperienza sui social media per recuperare almeno uno degli elementi che mi evocano l’esperienza sociale di cui sento l’assenza. (chi non ha notato notato che, tra maggio 2020 e maggio 2021, la quantità di post su Facebook di gente che si mostrava agli amici alla sera mentre mangiava cibo o si preparava l’aperitivo in casa, spesso in solitudine, è letteralmente esplosa).
E’ vero che, alla fine dei lockdown, le persone sono tornate ad affollare bar e ristoranti, ma quell’esperienza di adattamento all’isolamento è comunque rimasta nelle nostre menti facendoci capire che quel modo di vivere è in fondo davvero possibile insieme a ciò che si porta dietro, dal tele lavoro alla scuola a distanza, alla spesa alimentare a domicilio. E qualcuno ha cominciato a vederlo come una possibilità in fondo auspicabile, a vedere piccoli borghi abbandonati di nuovo abitati, grazie al telelavoro, da ex-cittadini in fuga dallo stress.

Metaverse Zuckerberg 3

In questo caso non ci sono dubbi, Zuckerberg stesso gioca con l’idea che il suo avatar nel Metaverso si comprerà in futuro la versione digitale degli stessi vestiti e delle stesse scarpe che usa oggi il suo omologo fisico.

Il Metaverso di Zuckerberg come trionfo dell’immateriale
Questo per quanto riguarda l’oggi. Proviamo però, per gioco, ad immaginare un possibile scenario futuro. E’ possibile che, all’interno di un’esperienza sempre più virtuale gli oggetti fisici che oggi ci identificano socialmente (e anche personalmente) vengano sostituiti da oggetti totalmente digitali?

Se viviamo una parte rilevante della nostra giornata in un metaverso, ovvero in una realtà in larga parte digitale che si sovrappone (e sostituisce) all’ambiente fisico in cui viviamo e all’interno della quale avviene gran parte delle nostre interazioni sociali, comprese quelle di lavoro, che bisogno abbiamo di possedere scarpe e vestiti di lana e cotone? O di quadri, lampadari, tappeti e televisori fatti di tela, cristallo, tessuti o plastica?

In fondo, grazie alla realtà aumentata o a quella completamente virtuale, in un mondo largamente digitale, ciò che gli altri vedono di noi, e in parte anche quello che noi stessi percepiamo di noi o dell’ambiente che ci circonda, può essere rappresentato efficacemente da oggetti digitali immateriali. Anzi probabilmente questi lo fanno anche meglio.
Non solo, grazie alla crittografia e alle blockchain applicate ai NFT (Non Fungible Token, ovvero quegli oggetti che devono essere identificabili come unici o in serie limitata per avere valore, ad esempio un’opera d’arte numerata e firmata dall’autore), le potenzialità, anche commerciali, di questo scenario appaiono ancora più vaste.
A parte il cibo (davvero a parte?) moltissimi beni di consumo attualmente materiali, (ad esempio vestiti, elettronica, e complementi d’arredo) potrebbero essere facilmente rimpiazzati da loro versioni digitali in un metaverso in cui si esce raramente di casa.

Auroboros, digital ready-to-wear dress

Un vestito completamente digitale, sovrapposto in realtà aumentata ad una modella reale, creato dal marchio londinese Auroboros. I vestiti prodotti dal brand sono venduti attraverso aste on line.

In parte questo avviene già oggi, ad esempio con l’arte digitale NFT, o con l’acquisto di proprietà virtuali su Upland, o di “personalità digitali” con IMVU. In fondo cose che un tempo erano esclusivamente fisiche, i supporti musicali o le fotografie ad esempio, sono diventate in gran parte immateriali e la cosa non ci ha spiazzati più di tanto.

Questa potrebbe essere l’intuizione geniale (e terrificante) di Zuckerberg, l’aver capito che l’attuale bulimia per l’acquisto di oggetti materiali è solo una reazione temporanea della mente (il che è dimostrato dalla loro natura effimera), ma che presto l’umanità potrebbe non averne più necessità pronta a virtualizzare anche quest’aspetto della propria vita. Chi avrà il controllo del metaverso e del suo enorme mercato di oggetti virtuali (“virtual goods” li chima Zuckerberg) diventerebbe dieci volte più potente di Google e Amazon messi assieme. Può diventare potenzialmente più potente di qualunque governo.

In effetti, nel video di anteprima del suo Metaverse, Zuckerberg non fa troppo mistero delle sue ambizioni e fa parecchi esempi in questo senso, ad esempio ipotizzando vestiti virtuali (“You gonna have a wardrobe of virtual clothes for different occasions designed by different creators”), avatar e persino abitazioni digitali in cui “invitare le persone, giocare e passare il tempo” (“to invite people over, play games and hang out”). Persino i viaggi sono compresi nell’offerta e ognuno avrà la possibilità di “teletrasportarsi ovunque si voglia” (all’interno del Metaverse stesso, ovviamente).
Il Metaverse non è dunque una semplice interfaccia grafica tridimensionale o un videogioco, ma è pensato per essere un ecosistema completo, con le sue regole, la sua economia e le sue forme di governo. Più chiaro di così.

Non so se il progetto di Zuckerberg avrà successo, in passato tentativi di ambienti e mondi virtuali rivolti al grande pubblico – da Second Life agli esperimenti di Microsoft a Apple – hanno avuto fortune brevi. Ma qui c’è di mezzo Zuckerberg, che credo abbia capito assai meglio le reali potenzialità dell’idea. E la cosa non mi rassicura per nulla.

Metaverse Zuckerberg 2

Uno degli “spazi di socializzazione” del Metaverse, in cui un gruppo di amici (saranno tutti reali o qualcuno sarà un prodotto dell’AI?) giocano a carte in un’ambiente a gravità zero.


link sponsorizzato


copyright Inexhibit 2022 - ISSN: 2283-5474