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E’ flessibile il futuro degli smartphone?

Royole flexible tablet smartphone

Presentato al CES 2019, il Royole FlexPai  è il primo smarphone/tabet flessibile ad essere posto in commercio; immagine: Royole

E’ flessibile il futuro degli smartphone?

In alcuni articoli pubblicati su Inexhibit in passato ho affrontato il tema dell’evoluzione degli smartphone e di come, attraverso essi, il “telefonino” si sia trasformato in una sorta di computer tascabile. Ero però anche giunto alla conclusione che l’effettiva utilità degli smartphone è oggi bloccata in modo drastico da due limiti, entrambi fisici. Da un lato, gli schermi sono ancora troppo piccoli e ingrandirli ulteriormente porta a problemi tecnici e pratici. Dall’altro, la gestualità e i sistemi di input sono primitivi e limitano in modo decisivo la possibilità di usare gli smartphone in modo diverso da un semplice intrattenimento e dalla navigazione web, fosse anche solo per scrivere un testo un po’ complesso o per ritoccare una foto.

Le case produttrici non possono non sapere che questo limiterà le possibilità di evoluzione commerciale dei loro smartphone, dato che lo sta facendo già oggi.

Prendiamo il caso di Apple.
Al di la’ di un incremento di prestazioni e risoluzione un po’ fini a se stessi, la strategia dell’azienda di Cupertino è stata quella di ingrandire progressivamente schermo (e di conseguenza dimensioni) degli iPhone dagli originari tre pollici e mezzo agli attuali sei e mezzo dell’iPhone XS Max. Oltre queste dimensioni è davvero difficile andare senza rendere il dispositivo quasi inutilizzabile perché troppo ingombrante. Ricordo che l’iPad mini, che è considerato un tablet, ha uno schermo di 7,9 pollici, quindi neanche pollice e mezzo più dell’iPhone XS Max, e credo che pochi lo considererebbero pratico come smartphone. Se quindi, fino ad oggi, la strategia commerciale dell’iPhone è stata quella di immettere sul mercato dispositivi sempre più grandi (e costosi), questa comincia a mostrare la corda e le vendite non esaltanti dell’iPhone X sembrano confermare come la strada si stia facendo ripida anche per i marchi più blasonati.

In più, non c’è stata una grande evoluzione nei sistemi di input, sostanzialmente invariati dal 2007; oggi, molti puntano sul futuro dei sistemi a input vocale e degli assistenti virtuali tipo Siri, Cortana e Google Assistant. Non so, ma temo che, a parte un interesse superficiale per la novità, essi non entreranno tanto facilmente nelle abitudini degli utenti. La lezione del passato ci insegna che se l’uomo usa da sempre le mani e non la voce per condurre interazioni complesse con macchine e strumenti è perché si tratta in effetti di un sistema più pratico e potente. Volendo fare un esempio un po’ naif, la differenza è quella che passa tra provare a fischiettare il Clavicembalo ben temperato e saperlo suonare usando il suddetto clavicembalo. Non c’è paragone, ammettiamolo.


Il problema dello schermo
Risolvere il problema delle dimensioni dello schermo, di fatto, significa dotare lo smartphone di uno schermo più grande delle sue dimensioni fisiche “base”. In pratica si tratta di avere un dispositivo piccolo e agile quando voglio usarlo in un certo modo (per rispondere ad una chiamata, per visualizzare rapidamente una mappa, per inviare una foto al mio gruppo WhatsApp), che possa diventare un vero e proprio laptop quando mi serve (per ritoccare la foto con Photoshop, per scrivere un articolo sul treno, per avviare una multi-chat dalla mia stanza d’albergo, per giocare Grand Theft Auto su uno schermo decente).
Mi vengono in mente tre modi per farlo.
Il primo è avere uno schermo proiettivo, ovvero inserire un microproiettore nel dispositivo e proiettare lo schermo su una superficie. Tecnicamente è assolutamente fattibile, il problema è però che il consumo di energia è mostruoso e che bisogna trovare una superficie adatta che spesso non è disponibile. Un altro modo è di utilizzare come schermo un visore, tipo il Google Glass o l’Hololens di Microsoft, dispositivi che però i consumatori hanno già dimostrato di non apprezzare granché, trovandoli spesso scomodi e affaticanti.
Il terzo modo è il più promettente, e non a caso è quello che molte case produttrici stanno sperimentando oggi: si tratta degli schemi flessibili.

Google Glass

Visori in realtà aumentata e smart glass, come il Google Glass, possono potenzialmente essere trasformati in smartphone dotati di grandi schemi “apparenti”; immagine: X Development LLC.


Gli schermi flessibili
La sperimentazione tecnologica su schemi sottili, arrotolabili o piegabili non è così nuova come si potrebbe pensare. I primi esperimenti vennero condotti allo Xerox PARC nei primi anni Settanta, fino a produrre nel 1974 il primo esempio funzionante di display flessibile monocromatico, chiamato Gyricon.

Xerox Gyricon flexible e-paper

Un prototipo della carta digitale flessibile Gyricon sviluppata Xerox PARC in the 1970s

Nei primi anni duemila un team dell’Università Queen’s guidato da Roel Vertegaal cominciò a produrre prototipi di computer e smartphone basati su display flessibili touch screen combinati con quella che chiamarono Organic User Interface.
L’idea è che un display flessibile permette anche nuovi tipi di interazione naturale, tipo piegare delicatamente il bordo del foglio per girare pagina, farlo “accartocciare” da solo quando deve attirare l’attenzione dell’utilizzatore, estendere o copiare i contenuti tra vari dispositivi semplicemente accostandoli, e così via. In collaborazione con Plastic Logic e Intel, il team ha presentato nel 2013 sia un tablet, chiamato PaperTab, che lo smartphone MorePhone che applicano queste sperimentazioni all’interno di prototipi funzionanti.

MorePhone flexible smartphone prototype

Lo smartphone flessibile MorePhone, sviluppato da Roel Vertegaal alla Queen’s University in Canada nel 2013. Immagine: Queen’s Universityuman Media Lab.

Organic Human Interface flexible tablets

Il concetto della Organic User Interface si fonda su una interazione uomo-macchina basata su una gestualità intuitiva; ad esempio, affiancando due tablet flessibili, l’interfaccia grafica grafica viene automaticamente estesa su entrambi i dispositivi, raddoppiando di dimensioni.

Ma la tecnologia più promettente è oggi quella legata ai display OLED.
Per sua natura, la tecnologia OLED permette di “spalmare” uno schermo su supporti sottili e flessibili e di conseguenza, almeno in teoria, di rendere flessibile l’intero dispositivo, a patto di proteggere lo schermo dall’acqua (le sostanze organiche che formano gli OLED sono molto sensibili all’umidità) e di risolvere il problema delle parti “rigide” del dispositivo, ad esempio la batteria (anche se batterie flessibili sono da tempo in sviluppo). Le funzioni touch non sono invece un problema, dato che sono già oggi spesso fornite da pellicole sottili.
La prima a presentare un prototipo di uno smartphone flessibile è stata Nokia, nel 2011, ma la ricerca viene condotta anche da altri; tra loro in particolare Sony, il Flexible Display Center dell’Università dell’Arizona, l’azienda cinese Royole, e Samsung.
Dal 2010, l’azienda coreana ha presentato vari prototipi di smartphone flessibile e/o pieghevole e si aspetta che rilasci il modello Galaxy F (la F sta per flexible, ovviamente) nel 2019.

Il concetto del Galaxy F è interessante, anche se non nuovissimo, perché invece di proporre un telefono “curvabile” (di cui onestamente mi sfugge il senso), utilizza lo schermo flessibile per creare un dispositivo a libro in cui lo schermo passa da 4,58 a 7,3 pollici semplicemente “aprendolo” (un concetto che si era peraltro visto anni fa nella ben meno futuristica console portatile Nintendo DS). Questo, in prospettiva, apre interessanti possibilità. Ad esempio uno schermo super-sottile ripiegabile più volte che da minuscolo, magari riposto nel taschino della giacca, diventa un vero e proprio computer portatile con display panoramico da 15 o 20 pollici.

Di fatto smartphone e computer convergerebbero definitivamente verso un unico dispositivo.
Un problema che pare banale è che, in questo caso, un solo schermo pare non bastare. Se guardiamo il prototipo del Samsung, notiamo che ha DUE schermi, uno è quello ripiegabile che sta all’interno del “libretto” e che trasforma il dispositivo in una sorta di tablet, l’altro è uno schermo più piccolo rivolto verso l’esterno, che serve quando il Galaxy F viene usato come semplice smartphone.
Uno schermo che si ripiegasse TRE volte risolverebbe la questione, non vi pare?

Samsung Galaxy F flexible smartphone protorype

Il prototipo dello smartphone pieghevole Samsung Galaxy F; immagine: Samsung

Nokia Morph flexible smartphone concept

Il concept di smartphone flessibile Morph, sviluppato da Nokia nel 2008

Panasonic flexible battery

Un prototipo di batteria flessibile di Panasonic.


Il problema dell’interazione
Se lo schermo è grande ma la mia capacità di interagire col sistema è limitata, rimango però un attore largamente passivo. I sistemi complessi richiedono modalità di interazione più potenti di una gestualità da neonato affidata a indice e pollice. Anche in questo caso la chiave è di ingrandire la superficie con cui un utente “controlla” il suo smartphone oltre l’estensione fisica dello stesso. Si possono ovviamente dare capacità touch allo schermo flessibile di cui sopra, o ad una parte di esso, permettendo l’uso di tutte le dita di entrambe le mani, aggiungendo tastiere complete e touchpad virtuali relativamente ampi e precisi. Un altro modo è quello di creare tastiere, mouse, joystick e touch-pad virtuali attraverso un sistema di visione stereografica che “veda” le mani dell’utilizzatore e ne capisca i movimenti nello spazio traducendoli in comandi complessi. Anche in questo caso è tecnologia non nuova e sperimentata da anni sia in campo game (il controller Microsoft Kinect ne è un esempio) che nei sistemi assistiti per disabili. (Mi ricordo che ne realizzai un esempio che funzionava piuttosto bene nel 2002 combinando una webcam, un software commerciale di riconoscimento movimenti per disabili, un ambiente virtuale interattivo 3D in Director, e un po’ di programmazione in Lingo; da qualche parte devo averlo ancora.)
L’aggiunta di ritorno sensoriale senza contatto diretto (noto anche come “touchless haptic”), ottenuto ad esempio attraverso ultrasuoni, aggiunge poi quel feeling tattile che ci aiuta a usare periferiche immateriali in modo più efficace e “fisico”.

Questa strada viene oggi sperimentata da molti, compresa Intel che, nel 2017, ha presentato il prototipo di un sistema che combina schermo olografico, riconoscimento dei movimenti RealSense e tecnologia di ritorno sensoriale. Nello specifico si trattava di un pianoforte virtuale che si può suonare su una tastiera olografica “immateriale”.

Intel RealSense virtual piano

Il pianoforte “immateriale” presentato da Intel 2016


Ci si può chiedere quale sia il senso di espandere le capacità degli smartphone a tal punto. Al di là delle ragioni biecamente commerciali già esposte, il problema è che lo smartphone è ancora un ibrido. Non è più un telefono, ma non è nemmeno un vero computer. Ha una potenza di calcolo pari a quella di un desktop ma l’utente ne può sfruttare solo una minima parte. Pensateci bene, a parte quelle che si appoggiano in toto al web, nessuna applicazione desktop è migrata su smartphone, nemmeno il più basico word processor. Questo significa che lo smartphone non è quel “potente computer da tenere nella tasca dei pantaloni” che molti si aspettavano, ma solo un dispositivo di comunicazione sempre più grosso, costoso e fragile. Infatti molti di noi sono oggi costretti ad avere tre computer: uno smartphone per comunicare e cazzeggiare sul web, un portatile per lavorare in viaggio, e un desktop in ufficio. Qualche anno fa, in molti profetizzavano la fine dei notebook, a loro parere condannati da smartphone e tablet. In realtà questo scenario non si è avverato. Semplicemente perché smarphone e tablet non possono fare quello che fa un notebook.


In sostanza, l’evoluzione degli smartphone sembra seguire una strada ben precisa.
Dal 1985 al 2007 ha dominato la miniaturizzazione, dal 2007 al 2020 (circa) i dispositivi si ingrandiscono per avere schermi touch sempre più ampi ma l’oggetto mantiene ancora una sua solida fisicità, dopo il 2020 i dispositivi si smaterializzano fino a coincidere con uno schermo (e un sistema di interazione) sempre più leggero e immateriale.
Gli interrogativi sono ancora molti, non lo nascondo. Rendere il display sottile e flessibile non significa che anche l’intero telefono lo possa facilmente diventare, ci sono problemi tecnici molto seri di mezzo, in più non sappiamo molto dell’affidabilità e della fortuna commerciale di prodotti che ancora non esistono; certa gente compra ancora un iPhone perché il suo bello chassis in acciaio inox e vetro fa una gran bella figura. Uno smartphone però non è un orologio di lusso, anche se spesso ha lo stesso prezzo, è un dispositivo tecnologico a vita breve che deve continuamente evolvere nelle sue funzioni e nel modo in cui lo usiamo, pena l’estinzione commerciale.

Flessibile o meno, il futurodegli smartphone è comunque fatto più di immateriali onde elettromagnetiche che di solido metallo.


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copyright Inexhibit 2019 - ISSN: 2283-5474

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