Il Padiglione Burnham di UNStudio a Chicago

Luogo: Chicago, Country: United States
Anno: 2009
Cliente: Chicago Metropolis 2020
Progetto: UNStudio - Ben van Berkel & Caroline Bos
Architetto locale: Garofalo Architects
Progetto illuminotecnico: Daniel Sauter, Tracey Dear
Testo di Riccardo Bianchini
Crediti fotografici: vedi le didascalie

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Il Burnham Pavilion di UNStudio, 2009, foto courtesy UNStudio

Chicago – Il Burnham Pavilion di Ben van Berkel / UNStudio

Nel 2009, in occasione delle celebrazioni per il centenario del piano urbanistico di Chicago ideato da Daniel Burnham, i progetti per due padiglioni temporanei vennero commissionati a Zaha Hadid e Ben van Berkel di UNStudio – Amsterdam per ospitare installazioni ed eventi dedicati alla storia edilizia della città ed a proposte per il futuro di Chicago.

Benché simili per dimensioni, funzioni e budget, i due padiglioni erano radicalmente diversi nella morfologia e nei materiali usati; mentre quello disegnato dalla Hadid era una struttura concava simile ad un baccello realizzata in alluminio e tessuto elastico, quello concepito dall’architetto olandese era una forma aperta e permeabile in acciaio e legno.

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Burnham Pavilion, Zaha Hadid Architects, 2009, fotografia © Roland Halbe

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Burnham Pavilion, UNStudio, fotografia di Joan Hackett

Il padiglione di UNStudio era composto da due grandi piani orizzontali, due solette parallelepipede la cui geometria citava la griglia quadrata sulla quale Burnham aveva a suo tempo basato il suo piano regolatore.

Il piano però prevedeva anche una serie di assi diagonali divergenti – allo scopo di dare maggiore ricchezza e varietà ad una struttura urbana altrimenti troppo regolare – che vennero richiamati da van Berkel in una sequenza di travi trasversali, nascoste nella soletta di copertura, a partire dalle quali la geometria del padiglione era stata piegata e deformata in tre punti precisi, per creare tre setti curvilinei e tre aperture nella copertura stessa, attraverso le quali i visitatori potevano sperimentare punti di vista inconsueti sullo skyline di Chicago.

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Burnham Pavilion, schemi geometrici, immagine di UNStudio

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Daniel Burnham, tavola dal Piano Urbanistico di Chicago, 1909, courtesy The Art Institute of Chicago

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Burnham Pavilion, prospetti, immagine di UNStudio

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Foto courtesy The Burnham Plan Centennial

La struttura portante, lo scheletro del padiglione, era composta da profili in acciaio al carbonio, travi a doppia T per il tetto e tubi tondi per i supporti verticali, racchiusa in una “pelle” realizzata con fogli in legno multistrato, verniciati con una pittura riflettente di colore bianco e fissati ad una serie di traversi a loro volta in multistrato.

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Lo scheletro in acciaio e la struttura secondaria in legno multistrato durante le fasi di costruzione del padiglione, foto courtesy di The Burnham Plan Centennial

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Foto courtesy UNStudio

Il padiglione non era inteso per ospitare mostre ma come una scultura architettonica, un’installazione di per se stessa.
“Il padiglione è pensato per invitare le persone a riunirsi, a girargli intorno ed ad entrare per esplorarlo ed osservarlo: iI padiglione è un’opera scultorea, facilmente accessibile, che funziona come attivatore urbano” (dalla descrizione di UNStudio del progetto)

Di notte, il padiglione attivava un sistema di illuminazione interattivo, progettato dall’artista Daniel Sauter e dalla light designer Tracey Dear, composto da 42 lampade LED multicolore.
Controllato da un computer e comprendente una serie di sensori inseriti nella piattaforma di base del padiglione, il sistema reagiva alla presenza di persone ed al loro numero variando il colore della luce e ed il suo disegno secondo un preciso schema cromatico ispirato dalle tavole ad acquarello che illustravano il Piano di Burnham.

Il Burnham Pavilion di UNStudio fu inaugurato il 1 Agosto 2009 e chiuso, come previsto, tre mesi dopo; in seguito, venne smontato per riciclare i materiali di cui era fatto.

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Il padiglione alla notte, foto di Tracy Dear

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Burnham Pavilion – UNStudio, schema cromatico dell’illuminazione, immagine di Daniel Sauter

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Foto di Tracy Dear


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